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A SCUOLA DAGLI AUGURI ATIEDINI
Come porta di entrata al regno degli umbri scegliamo le gole del Candigliano, con il varco del Furlo scavato a forza di braccia, piccone e legno dai pontieri romani, o quel passo della Scheggia dove si trovano le tracce del Tempio di Giove Appennino.
Comunque sia, sulla statale 298 “Eugubina” costeggiamo il torrente Sentino, teatro della battaglia “delle Nazioni” che nel lontano 295 a.C. aggiudicò ai romani il primato sulle genti umbre e oscosabelliche.
Oltre gli strati sedimentari della gola del Bottaccione, Gubbio, l'antica Iguvium, ci si para davanti “né dolce né amena, alta”, con i suoi colori chiari. La luce di una pianura che si riflette nel monte Ingino. Il calcare, i mattoni crudi e l'avorio dell'arenaria.
Nel Palazzo dei Consoli sono conservate le “tavole Eugubine”. Per la nostra civiltà un documento che eguaglia l'importanza della “stele di Rosetta” e che è considerato tra i più completi testi rituali di tutta l'antichità classica. Contiene prescrizioni, formule, riti e maledizioni. Svela come i protoumbri conoscessero i luoghi di potere, le forze delle acque e dell'aria, i messaggi
e le cifre segrete del mondo.
E che dal volo degli uccelli e dai sacrifici sapessero trarre leggi e insegnamenti da tramandare ai collegi sacerdotali. Confraternite con la cadenza del numero 12.
12 gli àuguri romani che forse hanno appreso qui dai loro antenati Atiedii, anche loro 12 adepti.
Dunque sul monte Ingino gli Dei facevano sentire la loro voce e Iguvium ascoltava.
Grazie, forse, alla sapienza dei suoi profeti conosceva i segni del destino e l'inarrestabile ascesa dell'aquila romana alla quale la città non si oppose dall'inizio, dichiarandosi neutrale. In cambio diventò municipio ed ebbe i servizi che i romani fornivano ai consociati: templi, basiliche, terme, ville, mercati ed un teatro che, con una cavea di 70 metri di diametro e 7000 posti, era tra i più grandi dell'Italia centrale.
L'acqua Lieve, rinfrescante e leggera, che sgorga a pochi chilometri da qui, ci rimanda alle lustrazioni antiche e a quelle attribuzioni che donavano all'acqua proprietà sacrali.
Possiamo immaginare l'apprendistato dei futuri sacerdoti e i riti più antichi in nome della Dea Cupra, uno dei volti della Grande Madre di cui ancora la corsa dei ceri (oggi dedicata al santo esorcista Ubaldo) potrebbe essere considerata reminiscenza antropologica.
SULLE TRACCE DELLA DEA CUPRA
Da Gubbio, una piccola deviazione di una ventina di chilometri lungo la statale 219 “di Gubbio e pian d’Assino” ci porta a Fossato di Vico, stazione di posta della vecchia via Flaminia con il nome di vicus Helvillum. Sulle tracce del culto di una divinità femminile archetipale e soprattutto sulla via di acque celebri e sacrali. Rintracciare questi volti in dissolvenza è affascinante ma molto difficile, perché il matriarcato primigenio è stato cancellato con grande energia quale cultura subalterna, prima dai popoli della guerra, poi dal patriarcato.
In uno spiazzo remoto che si chiama Aia della Croce due cisterne, delle vasche e i resti di un antico acquedotto fanno sorgere l’ipotesi che una Dea delle acque e della fertilità ne fosse la Signora. Anche una lamina bronzea trovata in zona rinforza questa idea. Nel testo breve in umbro-piceno spiccano le parole Cubrar Mater. Acque votate al femminino anche in ambito cristiano, documentate dal Monastero di Santa Maria della Fonte e più in alto, in aperta campagna, dal Santuario di Ghea dedicato alla Madonna della Neve.
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